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Durare, ma per chi

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Designer e attivisti rispondono alla crisi del lusso con la stessa parola, durata. Per alcuni significa vendere meglio, per altri comprare meno.
Digital Intelligence Podcast

Moda e lusso a metà settembre 2026: che cosa significa "durare"

Il primo elemento comune a queste schede è l'assenza di materiale nuovo. Siamo a metà settembre e le sfilate di Milano e Parigi non sono ancora iniziate. Per questo quasi tutti i critici del gruppo non hanno posizioni recenti verificabili. Il quadro va quindi ricostruito da poche voci attive e da alcuni segnali di mercato.

Fra i temi, quello più netto è la crisi del valore percepito. Il State of Fashion 2026 è il rapporto annuale di Business of Fashion e McKinsey. Lì Imran Amed sosteneva che il lusso ha alzato i prezzi senza migliorare la qualità, e così ha perso credibilità. I segnali editoriali di questi giorni vanno nella stessa direzione. Business of Fashion spiega perché Nike non è più un "blue chip", cioè un titolo considerato solido. Un'altra analisi avverte che mettere la moda firmata nei negozi di TJ Maxx, una catena a prezzi scontati, rischia di svalutare i marchi.

Davanti a questa crisi, varie voci indicano la stessa risposta: la durata. Demna vuole riportare Gucci a un'identità codificata e riconoscibile, senza reinventarla da zero. Jerry Lorenzo, in interviste passate, proponeva un lusso fatto di pezzi essenziali e senza tempo. Anche Orsola de Castro scrive che "il vecchio è il nuovo nuovo" e presenta il rammendo come una forma di benessere.

Questa convergenza, però, è solo apparente. Per i designer durare significa avere un marchio più stabile e quindi più facile da vendere. Per Orsola de Castro, invece, lo scopo è vendere meno. In un post ironico sui miliardari e la moda sostenibile critica chi trasforma la sostenibilità in una moda passeggera. Da qui nasce la tensione di fondo: la parola "durata" serve sia a rilanciare i consumi sia a ridurli.

Li Edelkoort, che fa previsioni di tendenza, propone una terza lettura. Nei testi del suo calendario descrive la moda in uno "stato amorfo", cioè senza una forma definita. Come risposta estetica indica il "romantic brutalism", che unisce strutture dure e sentimento. In questa chiave l'ansia del presente diventa uno stile, non una scelta di consumo. Le sfilate di fine settembre mostreranno quale lettura prevale: un marchio più stabile, meno consumi o l'inquietudine trasformata in estetica.

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