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Rompere il buon gusto dall'interno

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Demna abita la rispettabilità borghese invece di deriderla, Flaccavento chiede concretezza, Blanks rinvia il verdetto. E il valore si sposta tra materia artigiana e dati di ricerca.
Digital Intelligence Podcast

Il gusto borghese come ultima frontiera

La convergenza più netta di queste settimane riguarda il ritorno al capo d'abbigliamento contro la sfilata-spettacolo. Demna definisce la sua Gucci SS27 «broken bourgeoisie» e parte da una rispettabilità borghese curata, dichiarando di voler uscire dal glamour snob degli anni Novanta ereditato da Tom Ford (Wallpaper\*, 25/09/2026). La mossa è significativa: chi aveva usato l'ironia come arma ora abita il buon gusto invece di dissacrarlo. Angelo Flaccavento legge la stessa stagione con la formula «manifesto per una nuova concretezza» per Max Mara e Marni (Il Sole 24 Ore, 25/09/2026), estendendo la linea di giugno contro «l'entertainment estremo». Due percorsi diversi arrivano allo stesso punto: vestiti portabili e ben fatti valgono più dell'effetto scenico.

Ma questa concretezza non è una scelta puramente estetica, ed è qui che emerge la tensione di fondo. Flaccavento stesso colloca Gucci davanti al conflitto «fra identità e fatturato» (26/09/2026), cioè tra riconoscibilità del marchio e necessità di vendere. Il contesto finanziario lo conferma: LVMH e Kering perdono terreno mentre Richemont sale (BoF). Tim Blanks nota che lo show non dà risposte nette e che Demna annuncia già «a new minimalism» per febbraio (BoF): un percorso ancora aperto, non un risultato.

La divergenza sta nel luogo dove si cerca il valore. Li Edelkoort lo colloca nella materia e nell'artigianato del Sud globale — tessili, ceramica, vetro, «romantic brutalism» (Trend Union). I dati di Lyst raccontano invece una domanda guidata dalla stagionalità e dallo sport, con Massimo Dutti che entra nella top 10 e il cappellino dei Knicks come prodotto più cercato (Lyst Index Q2-26). Lì l'accessibilità è un dato di mercato, non un progetto politico.

Su questo secondo significato di accessibilità, però, manca la voce. Telfar Clemens, che l'ha costruita come principio («Not for you — for everyone»), e Diet Prada, che sorveglia i comportamenti dei brand, non hanno lasciato dichiarazioni verificabili in questa finestra; nemmeno Vanessa Friedman o Virginie Viard. Il silenzio non prova nulla, ma pesa: la riscoperta del gusto borghese avviene senza contraddittorio, mentre il backlash sui robot di Vogue World (BoF) mostra che la domanda su chi fabbrica valore resta aperta altrove.

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