# La frattura del lusso

> Il lusso cerca un nuovo significato tra artigianato, potere industriale e politica del corpo. Cosa sta succedendo davvero nella moda di primavera 2026.

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Diciassette aprile, duemilaventisei. Signal Moda. C'è una parola che in queste settimane rimbalza tra Parigi, Milano e New York, pronunciata quasi di nascosto da chi fino a ieri sorrideva ai fotografi. Flop. Flop era. L'ha detta Imran Amed, fondatore di Business of Fashion. Angelo Flaccavento la chiama esaurimento delle formule. Li Edelkoort, che del mestiere di prevedere tendenze ha fatto una vita, la riassume così: manca la fantasia, dopo quindici anni di marketing e dati. Il lusso ha smesso di produrre significato. E ora lo sta cercando altrove. Questa è la storia di dove.

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Partiamo da un gesto. Ventuno marzo. Telfar Clemens — il designer newyorkese della borsa da centocinquanta dollari che tutti vogliono — annuncia l'Eid Unity Sale. Il cento per cento degli utili va a sei organizzazioni di liberazione, da Gaza al Sudan al Congo. Non una percentuale simbolica: tutto. Nella stessa settimana, a Milano, Dario Vitale lascia Versace dopo otto mesi e una sola collezione. Prada Group, fresco dell'acquisizione da un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari, non vuole coabitare: vuole consolidare. Due immagini, due risposte opposte alla stessa domanda: a cosa serve oggi un marchio di lusso.

È la domanda che attraversa tutte le voci della moda in queste settimane. Imran Amed la chiama flop era strutturale: anni di prezzi gonfiati, drop incessanti, espansione senza criterio hanno eroso la fiducia. La gente pagava status, non sostanza, e lì il sistema si è rotto. Flaccavento, dalle pagine di Business of Fashion, scrive di esaurimento delle formule e chiede ai designer idee, non repliche di idee altrui. Edelkoort sceglie la strada costruttiva: basta correre dietro alla novità, iterate i bestseller.

Davanti a questa diagnosi, il mondo del lusso si muove in tre direzioni. La prima è il ritorno alla materia. Tim Blanks, il critico più ascoltato di Business of Fashion, legge la stagione autunno-inverno ventisei come uno stress test di chiarezza operativa: meno fuochi d'artificio, più coerenza di linguaggio. Il suo verdetto più secco va al debutto di Matthieu Blazy da Chanel, l'unico show che ha fatto davvero ciò che doveva. Jerry Lorenzo, da Los Angeles, dichiara chiusa l'era dei drop stagionali con la decima collezione Fear of God, e riscrive il lusso americano come disciplina sartoriale: silhouette drappeggiate, pantaloni larghi che si posano sulle scarpe, comfort come lusso ultimo. Orsola de Castro radicalizza il rammendo: la riparazione diventa servizio professionale retribuito, con una rete di artigiani indiani, finalista del Global Change Award.

La seconda direzione è il potere industriale puro. È il consolidamento Prada. Demna, entrato da Gucci, rifiuta la parola maison: non è una casa di couture, dice, è un superbrand. Una crepa dentro l'ortodossia parigina, dove Virginie Viard, uscita da Chanel a giugno scorso, coltiva il suo silenzio più totale.

La terza è la politica del corpo. E qui la spaccatura è netta. Vanessa Friedman, dalle colonne del New York Times, saluta il ritorno del vestito che puoi davvero indossare, non del vestito fatto per lo smartphone. Lyst e Diet Prada leggono invece le passerelle primavera-estate come ribellione scultorea: gonne-pannier a Dior, reggiseni come top da Prada, colori saturi da Versace e Fendi. Corpo quotidiano contro corpo performativo.

Ricorda qualcosa, se uno guarda indietro. È la stessa tensione che attraversava la moda nel novantadue, quando Martin Margiela faceva sfilare abiti cuciti con tappi di bottiglia mentre Gianni Versace portava Naomi e Linda sulle copertine di mezzo mondo. O il duello degli anni sessanta tra Courrèges, che rompeva la gonna, e Saint Laurent, che vestiva il potere. Ogni volta che il lusso smarrisce il senso, si spacca tra chi lo cerca nel gesto manuale e chi lo ritrova nello spettacolo. Il ritornello torna. Stavolta con un'aggravante: la stanchezza di chi compra.

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Demna Gvasalia è il designer che ha passato dieci anni a Balenciaga rivoltando il lusso come un guanto. Slim fit e pantofole, felpe da tremila dollari, sfilate nella neve di Kiev, borse che parodiavano quelle dell'Ikea. Georgiano, formatosi alla Royal Academy di Anversa, è stato per un decennio il provocatore ufficiale del sistema. A fine duemilaventicinque è tornato a Kering per assumere la direzione creativa di Gucci. Il debutto a Milano, la scorsa primavera.

Quello che ha detto, in quei giorni, conta più di quello che ha mandato in passerella. "Gucci non è una maison", ha dichiarato. "Non ha radici couture, non si fonda su un mito. È un superbrand. È prodotto pragmatico quanto emozione." Una frase che, detta a Milano da chi dirige uno dei quattro grandi marchi del gruppo francese, equivale a un'eresia. Sessant'anni fa, Coco Chanel o Christian Dior sarebbero stati pronti a morire per difendere la parola maison. Demna la rifiuta come si rifiuta un travestimento.

Da Gucci ha fatto tre mosse concrete. Al Fuorisalone di aprile, ai Chiostri di San Simpliciano, ha aperto Memoria: non una retrospettiva, ma — nelle sue parole — un dialogo tra fantasmi. Tom Ford, Alessandro Michele, Frida Giannini coabitano come strati archeologici, non come capitoli in ordine cronologico. L'archivio diventa materia viva. A marzo, con Generation Gucci, ha confermato la direzione estetica: silhouette aderenti, corpo prima di tutto, ritorno all'era Tom Ford fine anni novanta — quella stessa sharp, minimal sexiness che Vanessa Friedman ha approvato con entusiasmo dalle colonne del Times.

Poi, la terza mossa. A febbraio, in un'intervista alla CNN, ha ammesso che usa l'intelligenza artificiale in fase creativa. Se gli dà un'idea, perché non dovrebbe. Un'altra crepa nell'ortodossia del lusso, che in pubblico fa finta che gli atelier disegnino ancora a mano come nel milleottocento. Nessun altro direttore creativo di un grande marchio si è esposto così.

Demna porta dentro Gucci la stessa tesi di fondo: la moda è uno dei sistemi più conservatori al mondo, ripete, il cibo è più innovativo. Ma stavolta la sovversione opera dentro i codici, non contro. Italianness come strumento, famiglia come drammaturgia — il cortometraggio La Famiglia affidato a Spike Jonze e Halina Reijn è il suo manifesto visivo. È la terza via tra la sacralità couture di Parigi e la logica di piattaforma di Telfar: il superbrand che ammette di esserlo. E forse proprio per questo torna credibile.

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Li Edelkoort fa un mestiere particolare. Prevede le tendenze. Non come sociologa, non come statistica: come sensibile all'atmosfera, come lettrice di segnali deboli. Olandese, ha guidato Trend Union per quarant'anni; oggi vive tra Parigi e New York e pubblica report che grandi marchi e filature consultano un anno prima della stagione. Nel duemilaquindici firmò l'Anti-Fashion Manifesto, un testo che dichiarava morta la moda così com'era. Aveva ragione con dieci anni di anticipo.

Ora sta dicendo due cose, e sono grosse. La prima: lo streetwear è finito. Sparito quasi da un giorno all'altro. Nei report autunno-inverno ventisei-ventisette — Animalisms per il colore, Instincts per la silhouette — i mocassini sostituiscono le sneakers, i blazer rimpiazzano i bomber, le t-shirt diventano camicie. Dice esplicitamente ai buyer: non investite più in felpe e scarpe da ginnastica. Chi conosce il mercato sa che vent'anni di dominio streetwear stanno chiudendo davvero.

La seconda tesi è più radicale. Il workwear diventa una categoria autonoma. Non più ispirazione, ma segmento. Completi giacca-pantalone in tessuti durevoli, lana in tutte le forme — mohair, alpaca, bouclé. Il grigio torna colore primario. Nero e navy combinati, cosa impensabile fino a ieri. Riferimenti puntuali: gli shorts di Jonathan Anderson per Dior Men, che definisce "downright desirable", modello del nuovo menswear corto e bloomer. Dolce e Gabbana, che ha reso il leopardo classico come il pois.

Ma il vero punto è quello che dice del sistema. "Non c'è più fantasia nella moda." Quindici anni di marketing e dati hanno generato sovrapproduzione e stanchezza. La sua proposta — spesso citata, meno praticata — è il concetto di favor: cura, attenzione, scala umana. TikTok, avverte, è per definizione troppo effimero per orientare le strategie di un brand; i veri cicli del gusto si muovono in quattordici o quindici anni. Qualcosa che gli algoritmi non possono vedere, semplicemente perché non vivono abbastanza a lungo.

Al BoF Voices di novembre scorso ha presentato il Beyond Fashion Manifesto: il tono è cambiato rispetto al duemilaquindici, meno apocalittico, più costruttivo. La ricetta per i brand è sorprendente nella sua semplicità. Iterate i bestseller, dice. Fate come Philips con l'aspirapolvere arancione: perfezionate invece di inventare. Alla Milan Design Week di aprile è stata art director di una collezione di tappeti, cento per cento lana, disegnati per El Espartano da Sergio Machado. Insegna un master a Polimoda chiamato Farm to Fabric to Fashion. L'agenda, oggi, è una sola: riportare la moda al rapporto con la materia. Se Demna è la terza via dentro il potere industriale, Edelkoort è la voce che chiede al potere di fermarsi.

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Brand e progetti da osservare.

Fear of God. Jerry Lorenzo ha appena presentato The Eternal Order, decima collezione, con una dichiarazione importante: basta stagionalità. Ogni capo è pensato per attraversare il tempo. Silhouette drappeggiate, sport jacket che sfumano nel kimono, toni navy e loden, un solo accento giallo pallido. Il comfort come lusso ultimo, dice lui. La collaborazione con Zegna continua. La linea sportiva con Adidas resta separata. È la fine della moda come calendario, raccontata da un designer americano che non viene da Parigi.

Telfar. L'Eid Unity Sale partito ventuno marzo è la mossa più netta del periodo. Cento per cento degli utili a sei organizzazioni di liberazione. Il brand diventa un veicolo politico, non un lusso con causa. Il modello Live Price — prezzo che parte dal wholesale e sale solo se la domanda è lenta — tiene la borsa manifesto tra i centocinquanta e i duecentocinquantasette dollari. Promo girata con Yasiin Bey.

Menders Without Borders. Progetto di Orsola de Castro con Bhaavya Goenka e Filippo Ricci, nato in India, finalista del Global Change Award duemilaventisei di H&M Foundation. Una rete distribuita di artigiani della riparazione. Il rammendo come servizio professionale retribuito. Se vince a giugno, potrebbe diventare il primo modello scalabile di economia della riparazione.

Prada, sandali Kolhapuri. Rieccola, la polemica: Prada ha scatenato il caso globale copiando una sandala indiana tradizionale, ora produce la versione primavera-estate ventisei in accordo con artigiani del Maharashtra e del Karnataka. Prezzo oltre milleduecento dollari contro dodici degli originali. Riparazione vera o greenwashing culturale, la domanda resta aperta. Vale la pena osservare come evolve.

Gucci Memoria, Fuorisalone. Ai Chiostri di San Simpliciano dal ventuno al ventisei aprile, Demna apre l'archivio Gucci come materia viva, attraversabile. Non una mostra: un dispositivo narrativo. È il primo esperimento di un direttore creativo che usa il Design Week come palcoscenico culturale, non commerciale.

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Resta l'immagine di due gesti nella stessa settimana di marzo. Un designer americano che dà via tutto quello che guadagna. Un gruppo italiano che compra il suo concorrente e lo silenzia. Il lusso che si spacca in due direzioni opposte. E forse è proprio per questo che, dopo anni di stanchezza, torna finalmente interessante. È stato Signal Moda. Alla prossima.
