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Frenare da primi

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I padroni della corsa AI chiedono di rallentare; il domani intanto si scrive nei registri, nelle cantine, nelle cellule.
Digital Intelligence Podcast

C'è un momento, nelle corse, in cui chi è in testa alza la mano e propone di rallentare tutti insieme. È quello che sta succedendo con l'intelligenza artificiale: Dario Amodei, Sam Altman ed Elon Musk, i tre uomini alla guida di Anthropic, OpenAI e xAI, cioè dei laboratori che quella corsa la stanno vincendo, hanno spinto pubblicamente per un rallentamento coordinato dei modelli di frontiera. La parola decisiva è coordinato: nessuno si fida a frenare da solo, perché frenare da soli significa restare indietro. E conta perché sposta il dibattito globale dalla crescita pura alla governance del rischio sistemico: non più quanto veloce si va, ma chi tiene il volante. Non a caso, nelle stesse ore, il forum UNESCO sull'etica dell'intelligenza artificiale ha riunito a Riyadh governi, istituzioni e grandi aziende attorno a strumenti concreti di governo della tecnologia: il tema è uscito dai convegni ed è entrato nei tavoli dove si negozia davvero. Resta un'avvertenza che le settimane scorse hanno insegnato: tra il dire cautela e il fare cautela c'è di mezzo qualche gigawatt di data center in costruzione.

I mercati, intanto, hanno preso l'appello alla lettera, e non l'hanno presa bene. La narrativa del rallentamento ha contribuito a una correzione dei titoli legati ai chip e al software: se la frontiera frena, si sgonfiano i multipli che scontavano una crescita senza attriti. Ed è qui che il discorso tocca il portafoglio di chiunque, perché gran parte di questo boom è costruita a debito, con laboratori che si comportano ormai da emittenti di credito, scommesse su ricchezze future impacchettate come obbligazioni. Se quella fiducia si incrina, non trema solo la Silicon Valley: trema l'indice azionario, oggi molto concentrato, in cui tanti risparmiatori tengono i loro soldi. Eppure, nello stesso flusso di notizie, arriva un segnale in controtendenza: uno studio di Indeed mostra che nei lavori americani più esposti all'intelligenza artificiale i salari offerti stanno salendo, non scendendo. La macchina, per ora, non sta comprimendo il lavoro: lo sta rendendo più prezioso. Il rischio più concreto di questa stagione, insomma, non è l'occupazione. È la leva finanziaria.

Nel Federal Register, la gazzetta ufficiale americana, è comparsa una proposta dell'EPA che revocherebbe gli standard sui gas serra per le centrali a combustibili fossili. Tradotto: l'impostazione climatica federale sul settore elettrico verrebbe rovesciata, e chi legge i segnali anticipatori ci vede già la prossima stagione di battaglie regolatorie e giudiziarie, perché una revoca di questo peso finisce in tribunale prima che in bolletta. Il paradosso è che arriva in un anno in cui le emissioni fossili globali sono attese in calo, ma per le ragioni sbagliate: è la crisi di Hormuz, non la transizione, a comprimere i consumi. Un dato buono per motivi pessimi. E il quadro generale rende la proposta quasi anacronistica: il costo dell'energia pulita è crollato di oltre il novanta per cento in una generazione, e il vero collo di bottiglia si è spostato sulle reti e sull'accumulo. Si può riscrivere una regola. Riscrivere una curva di costo è un altro mestiere.

Quella stessa gazzetta, a leggerla per intero, racconta una storia più grande della sola energia. Nelle sue pagine si prepara una revisione profonda delle regole di acquisto del governo federale, i capitoli che stabiliscono come lo Stato americano compra tutto, dai software ai satelliti, e insieme una riforma dei canali di ingresso nel servizio civile, cioè di come lo Stato assume le sue persone. Sono proposte, non fatti compiuti, e vanno maneggiate con la prudenza di chi interpreta indizi. Ma messe in fila dicono che la macchina amministrativa di Washington viene riscritta pezzo per pezzo: chi compra, chi lavora, con quali regole. Per chi vende tecnologia o servizi al governo americano, e per chi osserva da lontano, è lì che conviene guardare: i registri regolatori sono il posto dove il domani compare in bozza, mesi prima di diventare notizia.

Nelle cantine si è chiusa senza clamore una guerra durata trent'anni. I report di queste settimane raccontano che chi dà i punteggi ai vini e chi quei punteggi li ha sempre rifiutati descrivono ormai la stessa bottiglia: fresca, tesa, legata al luogo, lontana dai rossi muscolari che avevano dominato un'epoca, al punto che persino Paso Robles, in California, sta abbandonando la potenza per l'equilibrio. E il movimento ha un gemello in cucina: Niko Romito apre il suo nuovo ristorante milanese spiegando che la tecnica va nascosta perché resti solo la nitidezza del gusto, mentre Yotam Ottolenghi, l'uomo delle venti componenti nel piatto, pubblica un libro che già dal titolo promette semplicità. Non è pigrizia, è il contrario: con pochi ingredienti ogni imperfezione diventa visibile. La semplificazione come punto d'arrivo di un percorso, non come scorciatoia. Un'idea che vale per un piatto e, forse, anche per parecchie tecnologie.

Una versione più guardinga della stessa ricerca di essenzialità si vede nel mercato dell'arte e degli oggetti da collezione. La volatilità delle borse rende i collezionisti prudenti, e i soldi vanno sui nomi consolidati: l'arte ultra-contemporanea, quella dei giovanissimi rivenduti in fretta, cala per il quarto anno di fila, mentre negli orologi il valore torna al vintage e al marchio. Il digitale, che cinque anni fa prometteva la rivoluzione, è quasi sparito dai radar. E anche la promessa di aprire il mercato a tutti va ridimensionata: le piattaforme che vendono quote da cinquanta dollari di auto d'epoca e orologi hanno reso in mediana un sei virgola otto per cento all'anno. Dignitoso, ma molto meno del racconto della passione che diventa investimento. Quando il mondo si fa incerto si compra ciò che ha già una storia. Il problema è che le storie già scritte, per definizione, non rendono come quelle ancora da scrivere.

Anche in viaggio i numeri e il racconto non combaciano. Il settore celebra una stagione di record, eppure ai controlli di sicurezza americani sono passati quest'estate quasi sei milioni di viaggiatori in meno: una parte della domanda sta silenziosamente arretrando. E mentre la domanda si assottiglia, l'offerta seleziona: la Thailandia irrigidisce le regole d'ingresso in nome del turismo di qualità, formula elegante per dire che la risposta all'eccesso di turisti rischia di diventare una selezione per reddito. Sotto queste tensioni corre una domanda familiare: di chi fidarsi. La guida cartacea scritta da chi nei luoghi ci vive, il creator con la fotocamera, l'assistente artificiale che promette itinerari su misura: tre autorità in competizione per lo stesso gesto antico, il consiglio di viaggio.

E c'è chi il viaggio lo fa verso l'interno, giù fino alle cellule. Le voci della longevità, che di rado si parlano tra loro, stanno convergendo su un punto minuscolo e decisivo: i mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, come nodo che lega invecchiamento, stanchezza e malattia. Poi ciascuno sceglie la propria leva, chi la molecola isolata, chi l'orario dei pasti, chi la rete di relazioni che nelle popolazioni più longeve conta più di qualunque integratore, ma il bersaglio resta lo stesso: l'energia, e come non sprecarla. È forse il filo più onesto di questa giornata. Un mondo che discute di rallentare le sue macchine più potenti sta imparando, in laboratori molto diversi tra loro, la stessa lezione: la potenza si misura in quello che produci, la salute in quello che riesci a non bruciare.

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