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Il freno e l'acceleratore

La Fed evoca il rialzo, il petrolio corre verso i novanta dollari, e chi costruisce l'AI chiede il diritto di rallentarla.
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C'è una parola che ieri sera alla Federal Reserve nessuno ha pronunciato ufficialmente, eppure era in ogni sala trading: rialzo. Kevin Warsh ha lasciato i tassi fermi, tra il tre e cinquanta e il tre e settantacinque per cento, ma dentro quel voto apparentemente immobile si sono aperti tre dissensi — tre membri del comitato che volevano alzare, subito — e le proiezioni di inflazione sono state riviste verso l'alto. È il primo comitato di questo ciclo che segnala un possibile ritorno alla stretta, dopo mesi passati a discutere solo di quando tagliare. Wall Street ha impiegato un pomeriggio a capirlo: il Dow ha perso più di millecentocinquanta punti, oltre il due per cento, e il rendimento del decennale è salito al quattro e sessantacinque. Quando Warsh ha spiegato che un buon dato di inflazione resta un solo dato, e che nessuno dichiara missione compiuta, i mercati hanno tradotto a modo loro: la banca centrale teme di essere in ritardo, e una banca centrale in ritardo prima o poi corre.

Il punto vero, però, non è la seduta di ieri: è che i mercati non hanno cancellato il rialzo, l'hanno spostato. Sui mercati predittivi la probabilità di un aumento di un quarto di punto alla riunione di settembre è salita sopra il cinquanta per cento, e quasi due scommesse su tre vedono almeno una stretta entro fine anno. I tre dissidenti — Hammack, Kashkari, Logan — sono il meccanismo da osservare: rendono il prossimo voto già una minoranza qualificata, un fronte interno che non deve più nascere ma solo crescere di due voci. È un indizio, non un destino. Ma è il genere di indizio che di solito precede i fatti.

E parte dell'inflazione che spaventa la Fed non nasce nei verbali: nasce sull'acqua, in uno stretto largo una cinquantina di chilometri. Il Brent ha sfiorato i novanta dollari, con un balzo di quasi l'otto per cento in una sola seduta, e il motivo si chiama Hormuz. Qui c'è un segnale che dice più della cronaca: le coperture assicurative contro il rischio di guerra per attraversare lo stretto sono arrivate a costare tra il tre e il dieci per cento del valore della nave, quando prima della guerra valevano lo zero virgola venticinque — circa quattro volte la media degli ultimi cinque anni. E gli assicuratori di Londra registrano un dettaglio quasi controintuitivo: meno richieste di preventivo, non di più. Significa che gli armatori non stanno pagando per passare, stanno rinunciando al viaggio. Il razionamento dell'energia, quando arriva, arriva così: per assenza, prima ancora che per prezzo. È un termometro che anticipa il barile meglio dei titoli sui raid.

Perché i raid, nel frattempo, sono tornati. La tregua di fatto è finita lunedì sera, quando i Pasdaran hanno lanciato missili balistici contro le basi americane nella regione — un attacco a sorpresa, intercettato per intero — e nella notte di ieri gli Stati Uniti hanno risposto con una nuova ondata di bombardamenti sull'Iran. Teheran nega qualsiasi negoziato in corso e riduce i colloqui con l'Oman alla sola gestione del traffico navale. C'è anche un elemento che allarga il quadro: per la prima volta dall'inizio della guerra, caccia americani e sauditi hanno operato insieme sui cieli dell'Iraq, colpendo depositi e siti logistici delle milizie filo-iraniane in sette province, dopo oltre trenta attacchi con droni in settantadue ore. Non è più un duello a due: è una coalizione che prende forma, e ogni coalizione che si allarga rende il ritorno indietro più difficile.

Ma le guerre di oggi non viaggiano soltanto sui missili: viaggiano sulle infrastrutture, e arrivano dove non te le aspetti. Nel Minnesota, nel fine settimana, più di trenta acquedotti municipali sono stati colpiti da un attacco informatico coordinato ai sistemi di controllo industriale. A Braham il malware ha spento i controlli automatici e messo fuori servizio l'impianto, con i residenti invitati a ridurre i consumi; colpite anche Plymouth, South St. Paul, Maple Plain. L'acqua è rimasta potabile e l'FBI è al lavoro, ma il messaggio resta: la linea del fronte, in un conflitto del ventunesimo secolo, passa anche dal rubinetto di una cittadina di cinquemila abitanti. E gli strumenti d'attacco si stanno democratizzando nel modo peggiore: il codice sorgente di un trojan per telefoni Android, fino a ieri merce privata, circola ora sui canali Telegram criminali, con centosettanta server già ricondotti a quella stessa famiglia.

A questa scala di minaccia, la risposta è sempre più affidata alle macchine. Microsoft ha messo un modello proprietario dentro i suoi sistemi di difesa: smista da solo fino al novanta per cento dei compiti di sicurezza, lasciando al modello generale soltanto il dieci per cento più difficile, e rivendica un punteggio record — che però, dettaglio eloquente sui tempi che corrono, non compariva ancora sulla classifica pubblica. Ed è qui che la settimana diventa quasi paradossale: mentre l'intelligenza artificiale si fa infrastruttura di difesa, millecentosettantotto persone che quella tecnologia la costruiscono — dipendenti di OpenAI, Anthropic, Meta, DeepMind, con firme come quella di Dario Amodei — hanno chiesto al governo americano di aiutare a costruire gli strumenti per rallentare, deliberatamente, la ricerca automatizzata sull'AI. Non una pausa oggi: la capacità di fermarsi domani. Come montare i freni prima di raggiungere la velocità a cui serviranno. E ieri anche le aziende, OpenAI e Anthropic, hanno firmato accanto ai loro dipendenti.

Quella capacità di fermarsi, intanto, qualcuno prova già a scriverla nella legge, e lì lo scontro è cominciato. xAI ha portato in tribunale il Minnesota — di nuovo il Minnesota, oggi crocevia improbabile di tutto — contro la prima legge americana sulle app di nudificazione: responsabilità oggettiva per le piattaforme, sanzioni fino a mezzo milione di dollari per violazione, in vigore da sabato. E domani si chiude la consultazione con cui la FTC vuole applicare il divieto di pratiche ingannevoli alle promesse di accuratezza dei sistemi AI: sembra un tecnicismo, ma è la premessa per poter sanzionare il marketing delle capacità dei modelli, un territorio finora senza dottrina. Chi vende intelligenza dovrà rispondere di ciò che promette, come chiunque altro.

Il denaro, dal canto suo, ha smesso di premiare le promesse e ha cominciato a chiedere le prove. I conti di ieri sera lo dicono con nettezza rara: Microsoft ha superato i novanta miliardi di ricavi trimestrali, con il cloud in crescita del quarantatré per cento, e il titolo è salito del sette per cento nel dopoborsa; Meta ha battuto sui ricavi ma mancato l'utile, tra contenziosi e buonuscite, con la cassa libera crollata da otto miliardi e mezzo a meno di ottocento milioni — e ha perso quasi il dieci per cento. Stessa scommessa sull'AI, due verdetti opposti: il mercato non paga più il capex in sé, paga il capex che già rende. E mentre i giganti si dividono, nelle retrovie corre il consolidamento: un miliardo per una società israeliana che presidia le identità non umane, cioè i permessi degli agenti software — chi sono, cosa possono toccare. Se gli agenti agiscono nel mondo, qualcuno deve poter rispondere alla domanda più antica della sicurezza: tu chi sei?

E che gli agenti stiano davvero entrando nel mondo lo racconta un numero silenzioso, lontano dai titoli: i ruoli di lavoro americani che citano l'AI sono passati da duecentosessantaquattro nel 2022 a più di ottocento nel primo trimestre di quest'anno, e quasi due su tre stanno fuori dalla tecnologia — sanità, scuola, marketing, logistica. La diffusione nei mestieri precede sempre lo spostamento dei salari: è il sismografo da tenere d'occhio nei prossimi trimestri.

Adattarsi prima che il cambiamento diventi emergenza, del resto, è un'arte che qualcuno pratica da più tempo dei banchieri centrali e degli ingegneri. Nel mondo del vino il clima è diventato il nuovo principio d'ordine: non si discute più di gerarchie di gusto ma di acqua, calore, sopravvivenza. In California si innestano vitigni alpini, in Alsazia si vira dal dolce al secco, e la qualità si è spostata dalla cantina al vigneto: la parte difficile viene prima, a monte, come dappertutto quest'anno. Adattarsi a ciò che la natura ti manda è una frase da viticoltore, ma starebbe bene in un verbale della Fed.

Stamattina alle tre e nove, ora della Florida, un Falcon 9 è partito da Cape Canaveral con un carico classificato del National Reconnaissance Office; il booster era al settimo volo, ed è tornato a posarsi come se niente fosse. Mentre il mondo litiga su quanto correre, qualcuno continua a mettere occhi in orbita in silenzio — e forse è questa l'immagine del giorno: un pianeta che discute di freni e acceleratori, e intanto impara, un lancio, un innesto, un dissenso alla volta, a guardarsi da più lontano.

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