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Una parola, due destini

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"Auto-miglioramento ricorsivo" significa per alcuni la soglia del pericolo, per altri il metodo della scienza. Intorno a questa ambiguità si riorganizza il potere del calcolo.
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La parola che significa due cose opposte

In queste due settimane l'espressione "auto-miglioramento ricorsivo" circola in due registri incompatibili. Per Geoffrey Hinton descrive una soglia di pericolo: l'IA sta già entrando in quella fase, e per questo i modelli di frontiera dovrebbero passare per un'approvazione preventiva di tipo FDA, con circa un anno di tempo per costruire i controlli. Dario Amodei ne fa una tesi industriale nel saggio We Must Pace the Frontier: le capacità accelerano perché l'IA aiuta a costruire IA migliore, quindi serve rallentare il ritmo della frontiera. Jack Clark traduce tutto in meccanica legale: interruttori di spegnimento obbligatori e verificabili dall'esterno.

François Chollet usa la stessa espressione per dire l'opposto: l'esempio più chiaro di auto-miglioramento ricorsivo è la scienza stessa, un processo cumulativo di costruzione del sapere. Non una minaccia, ma un modello epistemico — e la ricerca sull'intelligenza collettiva di Sakana AI va nella stessa direzione.

La divergenza vera non è tra ottimisti e pessimisti. Riguarda dove abita il rischio. Andrew Ng colloca il pericolo nella configurazione, non nella capacità: le estinzioni sono fantascienza, gli attacchi di sciami di agenti sono problemi di sandboxing e monitoraggio. Jensen Huang chiede di regolare danni concreti anziché scenari ipotetici. Dan Lahav dà peso empirico a questa lettura: gli incidenti di agenti fuori controllo sono stati ricondotti ad ambienti di valutazione mal configurati.

Mentre questo dibattito si svolge, il potere si sposta altrove. Naval Ravikant sostiene che il software puro sta diventando non investibile e finanzia inferenza locale; Balaji Srinivasan predica il calcolo "personale, privato, programmabile"; Nat Friedman mette gli agenti dentro oggetti fisici open source. La stessa tesi decentralista serve però progetti opposti: l'uscita dallo Stato per Balaji, la sovranità nazionale per Vivek Raghavan con Chanakya, Bosun Tijani con Atlas Network, Liang Wenfeng che addestra ottomila miliardi di parametri su chip Huawei.

Emerge così un cambio di scala preciso. La pausa si negozia verticalmente, tra una dozzina di laboratori e qualche legislatore. Il potere si redistribuisce orizzontalmente: nei chip di memoria di cui Tim Cook segnala la scarsità, nei data center che Andrew Ng dice necessari agli agenti, nelle organizzazioni che secondo Benedict Evans contano più della capacità dei modelli, nei mercati che Patrick Collison vede riscritti dagli agenti personali. Chi misura questi vincoli fisici — Sasha Luccioni con le sue metriche di ciclo di vita — sta forse descrivendo il freno più reale di qualsiasi moratoria.

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