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Il consenso che si sgretola dall'interno

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Tutti dicono di voler rallentare l'intelligenza artificiale, ma intanto costruiscono. E un terzo gruppo contesta che la corsa sia quella che tutti credono.
Digital Intelligence Podcast

La settimana ha prodotto un consenso apparente che merita diffidenza. Dario Amodei ha chiesto di rallentare la frontiera con valutatori indipendenti e accesso interno, e in pochi giorni hanno annuito Sam Altman, Demis Hassabis — che parla di «direzione corretta» — e persino Elon Musk, che però intanto espande Colossus. Cautela nei discorsi, accelerazione nei fatti: la prima frattura è dentro le stesse persone.

La seconda frattura è più interessante, perché non riguarda la velocità ma chi tiene il guinzaglio. Naval Ravikant rovescia l'argomento sostenendo che la vera pericolosità è il controllo concentrato, non la tecnologia, e propone responsabilità legale invece di moratorie; Jack Dorsey è ancora più netto nel dire che preservare il vantaggio commerciale di un'azienda non è un obiettivo di sicurezza. Letta così, la pausa diventa un fossato. Jensen Huang lo dice senza eufemismi: niente regole, la sicurezza è ingegneria.

Da questa contesa sulla governance si stacca un terzo gruppo che contesta la premessa tecnica su cui entrambe le fazioni poggiano. Se Geoffrey Hinton legge i comportamenti anomali degli agenti come prossimità all'auto-miglioramento ricorsivo, Yann LeCun ridicolizza quell'antropomorfizzazione e indica i world model come strada alternativa, mentre François Chollet rifiuta di chiamare AGI qualsiasi cosa non produca invenzioni concettuali nuove. Allarmisti e acceleratori condividono una stima di capacità che questi due considerano semplicemente sbagliata.

Resta il livello più prosaico, ed è probabilmente quello che deciderà l'esito. Benedict Evans osserva che il collo di bottiglia non è generare software ma istituzionalizzare il lavoro dentro procurement e organizzazioni; Andrej Karpathy, dal lato opposto della filiera, arriva a una conclusione parallela dicendo che il limite è ormai intento e gusto umano, non la capacità del modello.

La corrente di fondo è questa: il dibattito sulla velocità è una proxy war per una domanda di potere — chi possiede lo stack. Non a caso Vivek Raghavan parla di sovranità piena e Liang Wenfeng blinda il controllo di DeepSeek in vista della quotazione. Rallentare, per chi è dietro, significa restare dietro.

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