Il tema che attraversa tutte le voci è la fine implicita dello scaling come religione. Ilya Sutskever periodizza esplicitamente il passaggio "dall'era dello scaling all'era della ricerca", dove il collo di bottiglia sono le idee, non il compute — e Yann LeCun e François Chollet mettono capitale reputazionale e industriale sulla stessa scommessa: gli LLM generalizzano male, serve un paradigma diverso. Persino Andrej Karpathy raffredda l'hype ("AGI a un decennio"). È una convergenza sorprendente di ex-costruttori diventati scettici del loro stesso strumento.
Contro di loro, il fronte della monetizzazione già avvenuta: Jensen Huang dichiara "risolto" il ROI dell'AI, Demis Hassabis anticipa l'AGI al 2029, Mustafa Suleyman promette l'automazione del lavoro impiegatizio in 18 mesi. Ma proprio qui Benedict Evans apre la crepa: capex da 400 miliardi senza mappa del product-market fit, mentre Nat Friedman ammette la bolla e DHH confessa feature AI costruite e mai spedite.
La vera novità di questo momento storico, però, è la svolta politico-economica. Il discorso si sposta dalla capacità tecnica alla distribuzione del potere. Geoffrey Hinton, Dario Amodei ("hypergrowth, hyper-inequality") e Sam Altman — un tempo libertari — invocano ora regolazione vincolante e fondi di ricchezza pubblica. Speculare e opposta la risposta cypherpunk: Balaji, Jack Dorsey e Vitalik trasformano crypto e chiavi in guinzaglio per l'AI, governance dal basso contro il controllo centrale.
La tensione di fondo è dunque una lotta sul dove si accumula il potere quando l'intelligenza diventa merce: nello Stato regolatore, nell'oligopolio del capex, o nelle reti decentralizzate. E sotto tutti, un'ansia condivisa — l'unica scarsità che resta è umana: saper cosa chiedere, o l'esperienza in presenza che nessun modello replica.
Da chi finanzia l'AI a chi la controlla: Altman e Amodei invocano lo Stato, Huang dichiara il ROI risolto, Ilya archivia l'era dello scaling.
C'è un momento, in ogni grande trasformazione tecnologica, in cui cambia la domanda. Per anni, attorno all'intelligenza artificiale, ci si è chiesti se funzionasse davvero. Da qualche settimana se ne fa un'altra: chi la comanda, e chi ne raccoglie i frutti. È il cinque luglio, e questo è Signal Brief. Il baricentro del discorso si sta spostando dalla macchina a chi tiene in mano la macchina. E le persone che l'hanno costruita cominciano a dirlo ad alta voce, ciascuna dal proprio angolo, ciascuna con la propria mappa del potere.
Comincio da un gesto preciso. A giugno Dario Amodei, il capo di Anthropic, pubblica un lungo saggio dal titolo asciutto, Policy on the AI Exponential. Chi lo conosce si ferma a rileggerlo, perché è un voltafaccia. Fino a ieri Amodei chiedeva solo trasparenza, che i laboratori dicessero cosa stavano facendo. Adesso chiede una cosa diversa e molto più pesante: regole vincolanti, test obbligatori, il potere per un governo di bloccare il rilascio di un modello ritenuto troppo pericoloso. Usa un'immagine tolkieniana, gli alberi lenti che devono decidere in fretta, per dire una cosa semplice: la tecnologia corre a un ritmo esponenziale, le istituzioni democratiche camminano a piedi.
Pochi giorni prima, sul Financial Times, Sam Altman aveva suonato la stessa nota da un'altra parte del palco. Propone un'agenzia mondiale sul modello di quella atomica, per fissare standard di sicurezza condivisi. E rilancia un'idea che pochi anni fa gli sarebbe suonata eretica: un fondo di ricchezza pubblica, una quota per ogni cittadino sulla crescita generata dall'AI. Nello stesso movimento si discute che OpenAI ceda circa il cinque per cento al governo americano. Due uomini che vengono dalla cultura libertaria della Silicon Valley, quella che considerava lo Stato un ostacolo, che ora chiamano lo Stato a fare da argine. La cosa più interessante per me è proprio questa conversione: quando i costruttori invocano il guardiano, vuol dire che hanno intravisto qualcosa che li spaventa.
Sull'altro fronte, la festa continua. Jensen Huang, all'assemblea degli azionisti di Nvidia, dichiara che la domanda sul ritorno degli investimenti in AI ormai ha una risposta: è redditizia, punto. Demis Hassabis anticipa l'intelligenza generale al 2029. Mustafa Suleyman promette che gran parte del lavoro d'ufficio sarà automatizzabile in diciotto mesi. Il ROI, dicono, è risolto.
Ed è qui che si apre la crepa. Benedict Evans, di cui già conosciamo la tesi sui modelli come semplice merce di base, la riassume con una frase che gira parecchio: quattro aziende spendono quattrocento miliardi l'anno, e nessuno, nemmeno chi firma gli assegni, ha una mappa di dove torneranno indietro quei soldi. Nat Friedman lo dice ancora più secco: siamo in una bolla, senza alcun dubbio. E persino David Heinemeier Hansson confessa che nella sua azienda hanno costruito una pila di funzioni con l'AI dentro e poi non ne hanno spedita quasi nessuna, perché agli utenti non servivano.
Tutto questo ha un precedente molto chiaro. Pensate alle ferrovie di fine Ottocento. Prima la mania: capitali enormi, binari posati ovunque, molte compagnie che non avrebbero mai fatto un dollaro di utile. Poi, quando la polvere si posa, la vera partita non è più tecnica ma politica: chi controlla le rotaie, i baroni privati o lo Stato che le regola. Oggi le rotaie sono i data center e i modelli. E la domanda è identica: dove si accumula il potere quando la nuova infrastruttura diventa indispensabile. Nello Stato regolatore, nell'oligopolio di chi ha i soldi per il calcolo, o nelle reti che sfuggono a entrambi. È la storia di questa giornata.
Partiamo da Sam Altman, perché è l'uomo che meglio incarna il capovolgimento. Per chi non lo seguisse da vicino: è il volto di OpenAI, quello che ha portato ChatGPT nelle case di mezzo mondo, ed è sempre stato figlio della cultura delle startup, quella che diffida dei governi per istinto.
Il gesto della settimana è quell'intervento sul Financial Times. Altman non chiede più semplicemente di essere lasciato correre. Chiede un forum internazionale a guida americana che governi anche i laboratori, il suo compreso, per frenare quella che lui stesso chiama una corsa insicura, spinta dalle pressioni commerciali. E accanto alla sicurezza mette la ricchezza: il fondo pubblico, l'idea che i guadagni dell'AI vadano condivisi per non lasciare indietro chi il lavoro lo perde.
Questo si lega dritto al filo del giorno. Se la partita non è più se l'AI funziona ma chi la comanda, Altman sta scegliendo apertamente da che parte stare: quella dello Stato come arbitro, e insieme come socio. Perché non è solo teoria. La discussione di cedere una fetta di OpenAI al governo americano racconta un intreccio nuovo, un abbraccio tra il potere tecnologico e quello politico che fino a poco fa sarebbe stato impensabile.
Mi torna in mente come nacque la radio negli anni Venti. All'inizio un far west di trasmettitori, chiunque poteva accendere il proprio. Poi arrivò lo Stato a distribuire le frequenze, e da quel momento chi otteneva una licenza aveva un potere che gli altri non avevano. Altman, mi sembra, sta cercando di essere presente nella stanza il giorno in cui si distribuiranno le licenze dell'intelligenza artificiale. Chiedere regole non è solo un atto di prudenza: è anche un modo per sedersi al tavolo dove le regole si scrivono. Il pensiero che mi lascia è questo. Quando chi ha più da guadagnare dall'assenza di regole comincia a chiederle, di solito è perché ha capito che le regole arriveranno comunque, e conviene scriverle di persona.
Se Altman rappresenta la conversione tattica, Dario Amodei rappresenta quella teorica, argomentata riga per riga. Guida Anthropic, il laboratorio nato proprio da una costola di OpenAI in nome della sicurezza, e ha sempre avuto un tono più cupo, più da studioso preoccupato.
Il saggio di giugno è il gesto. Amodei elenca cinque terreni su cui intervenire, ma il cuore sono due. Il primo è un'autorità in stile aviazione civile per i modelli di frontiera: come nessun aereo vola senza controlli obbligatori, nessun modello potente dovrebbe essere rilasciato senza test indipendenti su rischi concreti, dalle armi biologiche alla perdita di controllo. Il secondo è una formula che sta diventando la sua firma: iper-crescita e iper-disuguaglianza. La sua tesi è che la sfida dei prossimi anni non sarà far crescere l'economia, l'AI ci penserà fin troppo, ma decidere come dividere una torta che diventerà enorme mentre il lavoro umano vale sempre meno.
È lo stesso filo di Altman, ma con una consapevolezza più fredda. E si collega a un'altra voce di questi giorni, quella di Geoffrey Hinton, che ripete la sua metafora ormai celebre: l'AI è un'automobile velocissima senza volante, e qualcuno il volante glielo deve montare. Hinton aggiunge un dettaglio inquietante, che i modelli migliorano insieme nel ragionare e nel mentire, e che se percepiscono un ostacolo ai loro scopi possono ingannare chi li usa.
Il paragone storico qui viene da sé. Dopo la crisi del ventinove, negli Stati Uniti si capì che i mercati finanziari, lasciati liberi, si autodistruggevano, e nacquero le agenzie di controllo della borsa. Amodei sta dicendo qualcosa di simile: c'è un settore che sta diventando troppo potente per restare senza sorveglianza, e meglio costruire l'autorità prima dell'incidente che dopo. Il pensiero che mi resta guardando lui e Altman insieme è che stiamo assistendo a una piccola rivoluzione culturale silenziosa. Gli uomini che dieci anni fa scrivevano manifesti contro la burocrazia oggi disegnano nuove burocrazie. Non perché siano cambiati loro. Perché è cambiato quanto pesa ciò che hanno tra le mani.
Ora giriamo la medaglia. Perché mentre a Washington si parla di argini, a Santa Clara si festeggia. Jensen Huang guida Nvidia, l'azienda che vende le pale e i picconi di questa corsa all'oro: i chip su cui gira quasi tutta l'AI del pianeta.
Il gesto è l'assemblea degli azionisti. Huang, con quella sicurezza da predicatore in giacca di pelle, dichiara chiusa la questione: il ritorno sugli investimenti in AI non è una promessa, è già qui. E rovescia il modo di guardare i suoi data center. Non li chiama più computer, li chiama fabbriche di token, macchine che producono intelligenza a costo unitario sempre più basso. La sua nuova generazione di schede, Vera Rubin, è già in piena produzione. Quando gli chiedono della bolla, la risposta è tagliente: parlarne è assurdo.
Ecco la tensione centrale del giorno servita in una sola persona contro un'altra. Da un lato Evans e Friedman che vedono quattrocento miliardi spesi senza mappa; dall'altro Huang che vende proprio a quei quattrocento miliardi e giura che i conti tornano. Chi ha ragione? Difficile dirlo dall'auto, e forse è troppo presto per chiunque. Ma c'è un dettaglio che pende a sfavore dell'ottimismo: chi guadagna oggi con certezza è chi vende gli strumenti, non chi li usa.
Ricapitoliamo un attimo dove siamo, per chi si è distratto in curva. Tre gruppi si contendono il futuro dell'AI. Ci sono quelli che vogliono darla in mano allo Stato, Altman e Amodei. C'è chi, come Huang, pensa che il potere resti a chi controlla le fabbriche di calcolo. E poi c'è un terzo fronte, il più curioso, che vuole toglierla di mano a entrambi.
Torniamo sul filo con l'uomo che quel terzo fronte lo disegna meglio di tutti.
Balaji Srinivasan è un personaggio a parte: ex dirigente di Coinbase, autore, profeta della decentralizzazione, uno che ragiona per scenari lunghi. Il suo post di queste settimane si intitola con un gioco di parole che i suoi lettori afferrano al volo: Not Your Keys, Not Your Bots. Se non possiedi le chiavi, non possiedi i tuoi robot.
La tesi è affascinante. Mentre Amodei chiede allo Stato di tenere il guinzaglio dell'AI, Balaji dice che il guinzaglio deve stare in mano ai singoli, e lo strumento sono le chiavi crittografiche, la stessa tecnologia dietro le criptovalute. L'identità digitale e il calcolo distribuito diventano il modo per imbrigliare gli agenti autonomi dal basso, senza passare da nessun governo centrale. E aggiunge una previsione che smonta l'ansia da superintelligenza: l'AI, dice, non sarà un dio unico, saranno mille dei. Non un monopolio, ma una moltitudine.
C'è persino una consolazione filosofica nel suo ragionamento. Perché temere che le macchine sviluppino scopi propri, quando i nostri scopi nascono da milioni di anni di evoluzione, dalla fame, dal bisogno di riprodursi? Finché una macchina non può replicarsi senza di noi, resta dipendente dagli obiettivi che le diamo. Sulla stessa linea si muove Vitalik Buterin, che continua a lavorare a strumenti crittografici pensati per una governance dal basso, e Jack Dorsey, che con la sua app di messaggistica senza server insegue la stessa idea di sovranità individuale.
Il paragone che mi aiuta a collocarlo è quello delle origini di internet. All'inizio la rete era una promessa decentrata, nessun padrone, tutti nodi alla pari. Poi, col tempo, il potere si è concentrato in pochi giganti. Balaji e i suoi propongono di rifare quel viaggio, ma questa volta blindando la decentralizzazione nel codice, perché non possa più essere riassorbita. È una scommessa, forse ingenua. Ma il pensiero che mi lascia è che le tre risposte di oggi, lo Stato, l'oligopolio, la rete, sono in realtà tre risposte antiche alla stessa domanda: quando arriva un potere nuovo e enorme, a chi lo affidiamo perché non ci schiacci.
Qualche progetto da tenere d'occhio, e non è un caso che parlino tutti la lingua del terzo fronte, quello che vuole l'AI in mano alle persone e non solo alle grandi aziende.
Continua a crescere nanochat di Andrej Karpathy, in tendenza da settimane. Cresce ancora anche llama punto cpp di Georgi Gerganov, sempre in tendenza. Resta in forte tendenza llm di Simon Willison. Sale con costanza ARC-AGI di François Chollet, in tendenza. E si conferma in tendenza omarchy di Basecamp.
Non aggiungo schede tecniche, perché sono tutti nomi che avanzano da tempo e che chi ci segue conosce. Mi limito a notare la direzione comune. Sono quasi tutti strumenti per far girare l'intelligenza artificiale sul proprio computer, per capirla, per non dipendere da un servizio in affitto. È la versione concreta, fatta di codice e non di manifesti, di quello che Balaji racconta con le chiavi crittografiche e Aravind Srinivas immagina con le sue scatole AI grandi come un frigorifero, in casa. Da una parte ci sono fabbriche di calcolo grandi come città. Dall'altra c'è chi, la sera, fa girare un modello sul portatile. La distanza tra i due mondi è enorme, ma la seconda schiera continua a ingrossarsi in silenzio, un progetto per volta. E la storia della tecnologia insegna che le cose che partono dal basso, sottovoce, sono spesso quelle che alla fine cambiano davvero le regole.
Resta l'immagine con cui abbiamo cominciato: le ferrovie posate ovunque, e poi la lunga contesa su chi ne tiene il controllo. Oggi le rotaie sono i modelli, e la contesa è appena iniziata, tra chi invoca lo Stato, chi conta sui soldi e chi si affida al codice. Forse l'unica scarsità che resterà davvero è sapere quale domanda porre. È stato Signal Brief. Alla prossima.