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Il muro dello scaling e la prova fisica

Sutskever dichiara finita un'era, Carmack mette un robot davanti a un televisore, Naval predica lo spreco di token. Stessa domanda: cosa conta come intelligenza.
Digital Intelligence Podcast

La frattura più profonda che emerge da questo insieme di voci non è quella tra ottimisti e pessimisti sull'AI — è tra chi pensa che il paradigma attuale arrivi all'AGI e chi pensa che debba essere sostituito.

Da un lato, Demis Hassabis comprime la finestra al 2029–2030, Sam Altman dichiara l'event horizon già attraversato, Marc Andreessen proclama l'AGI arrivata tre mesi fa. Dall'altro, Yann LeCun costruisce AMI Labs su JEPA, Ilya Sutskever dichiara lo scaling esaurito, François Chollet porta ARC-AGI-3 a <1% per i modelli frontier e John Carmack testa robot su televisori fisici come reality check contro le pretese di prossimità. Questa non è disputa su tempi: è disputa su cosa conta come intelligenza.

Trasversalmente, emerge un tema strutturale: il software diventa infrastruttura continua, non artefatto discreto. Andrej Karpathy teorizza il context window come leva sull'interprete, Jensen Huang dice che ogni token è un'unità di ricavo, Naval formalizza il tokenmaxxing come filosofia operativa. Perfino DHH — ex scettico — adotta agenti autonomi pur rifiutando l'hype.

La tensione di fondo è tra concentrazione e distribuzione del potere che questa infrastruttura genera. Jack Dorsey smonta la gerarchia aziendale per costruire un'azienda-intelligenza, Vitalik Buterin restringe la Ethereum Foundation a cinque principi difensivi, Balaji Srinivasan costruisce un'isola. Da parte opposta, Andreessen finanzia 20.000 GPU per il suo portfolio, NVIDIA integra tutto lo stack fino alla rete elettrica.

Geoffrey Hinton sintetizza il paradosso: non ci preoccupiamo abbastanza di che tipo di esseri stiamo creando. La corsa è accelerata; la domanda su dove porta, aperta.

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